Settimanale "CHI"
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LA MIE DELIZIE ANTICHE
A volte mi sento come la protagonista di un romanzo dell'800», dice la contessa Elisabetta Leopardi Dittajuti. «Non so per quale motivo, ma mi sento legata a epoche lontane che non ho conosciuto. È un lato molto forte del mio carattere, che è stato fondamentale nelle scelte che ho fatto. Ecco perché ho deciso di lasciare Roma per vivere in campagna. E perché ho deciso di coltivare la terra e soprattutto frutti molto particolari, che un tempo erano diffusi, ma che oggi sono stati quasi del tutto dimenticati. Le giuggiole, le nespole, i corbezzoli, le azzeruole, le visciole nella mia tenuta crescono e diventano marmellate, confetture e conserve molto richieste».
La contessa Leopardi Dittajuti cammina per lo splendido giardino che circonda la sua casa, toccando le foglie degli alberi come per salutare degli amici. Poi si toglie le scarpe e si accomoda su un plaid da pic nic. Il sole filtra attraverso i rami, le ombre giocano sull'erba. Sembra davvero di essere tra le pagine di un romanzo vittoriano.
Ci troviamo a Marcelli di Numana, in provincia di Ancona, nell'azienda agricola di famiglia che la contessa Elisabetta ha voluto rinnovare e impreziosire con le sue idee. «In questo posto la mia famiglia produce vino e olio da anni», prosegue. «Io però ho voluto aggiungere un pezzetto della mia personalità recuperando piante da frutto che nessuno usava più da tempo. E ho organizzato la produzione di conserve naturali utilizzando questa frutta detta "antica" e lavorandola con metodi tradizionali. Ho chiamato la mia azienda Elizabeth's Garden, "il giardino di Elisabetta", perché proprio di questo si tratta. È un giardino, un luogo di pace, dove la bellezza va a braccetto con la dolcezza della frutta, dove poter camminare e sedersi all'ombra, a leggere e anche a meditare».
Domanda. Mi perdoni se glielo chiedo, ma il suo nome è Leopardi. Lei è discendente di Giacomo Leopardi, il grande poeta?
Risposta. «Me lo chiedono in tanti. Diciamo che siamo lontani parenti. La famiglia Dittajuti si è unita alla famiglia Leopardi molto tempo prima della nascita del poeta. Quindi noi, Leopardi Dittajuti, non siamo propriamente suoi discendenti, ma apparteniamo allo stesso ceppo».
D. Mi racconti come è nata l'idea di questo giardino.
R. «Come ho detto, questa è sempre stata la casa di campagna della mia famiglia. Qui si facevano vino e olio. E qui si veniva per le vacanze, per respirare aria buona. Noi abbiamo sempre abitato a Roma e questo era una specie di rifugio dal traffico della capitale. Venivo qui da bambina, accompagnavo mio padre nelle sue visite e la natura, i fiori, il verde pulito di queste zone mi hanno conquistato. In un certo senso hanno influenzato la mia vita, perché quando si è trattato di scegliere l'indirizzo universitario, ho scelto proprio scienze naturali. Finiti gli studi, ho avuto il forte desiderio di rendere ancora più profondo il mio contatto con la campagna e così è nata l'idea di un'azienda di prodotti naturali. Io ho sempre avuto l'hobby del giardinaggio e anche quello della cucina. In casa mia nonna e mia madre hanno sempre fatto conserve e salse e io ho assorbito l'allegria del preparare cose buone. Il tutto è cresciuto adagio, poco per volta. E quello che prima era solo un passatempo è finito con il diventare un vero e proprio lavoro».
D. Ma perché dedicarsi proprio alla "frutta antica"?
R. «La chiamano anche "frutta dimenticata". Ed è triste che una cosa buona e dolce come la frutta venga indicata con quell'aggettivo, "dimenticata". E' un peccato. Un tempo, frutti come le giuggiole, le pere volpine, i corbezzoli, le pere giugnole, le nespole erano diffusi, poi sono scomparsi. Il motivo è semplice: è frutta "bruttina". Il suo aspetto è un po' dimesso, non risponde ai canoni estetici delle mode, che vogliono la frutta colorata e brillante come la mela di Biancaneve. Invece questa frutta racchiude un segreto: sarà anche bruttina, ma ha un sapore incredibile, delizioso. In fin dei conti avere a che fare con questi frutti è una importante lezione: non si deve mai giudicare dalle apparenze».
D. E con la "frutta dimenticata" prepara marmellate e composte?
R. «Esatto. Lo faccio in modo artigianale, con ricette che mi hanno trasmesso mia madre e mia nonna oppure che ho trovato nelle biblioteche, dentro vecchi libri di cucina. Nel laboratorio ci sono sempre grandi pentoloni a bollire sul fuoco. Alcuni dei miei prodotti sono davvero particolari e inconsueti. Le nespole un tempo erano molto usate nella medicina domestica come febbrifugo e per regolare le funzioni intestinali; i corbezzoli sono piccole bacche rossastre molto ricche di vitamina C; le azzeruole invece assomigliano a piccole mele molto gustose. Sono molto orgogliosa anche delle visciole, una specie di ciliegia dolce e aspra nello stesso tempo».
D. So che prepara anche il famoso "brodo di giuggiole".
R. «E' il mio preferito. Le giuggiole oggi sono rare, ma sono conosciute da lutti per il detto "andare in brodo di giuggiole", che indica uno stato di grande soddisfazione. Le giuggiole sono grandi come olive e hanno un sapore che assomiglia a quello dei datteri, dolce e asprigno insieme. Se ne ricava un distillato, il celebre brodo, che è davvero delizioso. Altre ricette del passato che ho rispolverato sono, per esempio, la cugnà, una specie di mostarda d'uva e fichi, la mostarda di anguria bianca, le pere volpine allo sciroppo e la gelatina di mela cotogna e fiori d'arancio».
D. Questi prodotti incontrano il favore dei clienti?
R. «Il punto vendita nell'azienda è frequentato da molte persone. I miei prodotti però sono anche richiesti da chef che amano gusti un po' diversi».
Roberto Allegri
da : Settimanale CHI numero 32 - 15 agosto 2007
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